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LA PREGHIERA

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LUCA 11

“…Ed avvenne che essendo Egli in orazione in un certo luogo, come ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: Signore insegnaci a pregare”

Cari fratelli e sorelle, prima di leggere questo studio è importante che leggiate attentamente il testo su citato.

Vorrei iniziare proprio dicendo che il discepolo a cui fa riferimento il testo, non era uno dei dodici, per due ovvi motivi:

1) i dodici avevano già assistito ad una preghiera di Gesù in occasione del sermone sul monte, per cui non c'era motivo di rivolgergli tale richiesta.

2) La parola greca 'tis", significa "un certo, un tale, qualcuno" e questo mi fa pensare che si trattasse di un discepolo aggiuntosi dopo il sermone sul monte; questo comunque non è tanto importante, lo è invece la richiesta che egli fa al Signore:

insegnaci a pregare.

Notate che in questa circostanza, Gesù non viene chiamato Maestro ma Signore, e ciò mette in rilievo che questo discepolo vede in Gesù più che un maestro, difatti la parola greca "kurie" significa padrone, signore, essere superiore, imperatore.

Questo discepolo aveva realizzato e capito nel suo cuore che Gesù non era un semplice maestro come quelli dei suoi tempi, ma era superiore, era il Maestro. Sicuramente il discepolo considerò che, come Gesù era superiore agli altri maestri, così la Sua preghiera e il Suo insegnamento sarebbero stati superiori. Ciò che il disce­polo voleva era imparare a pregare. In greco la parola pregare suona così: "proseùchestai" cioé preghiera in generale, praticamente qualsiasi tipo dì contatto con Dio può comparire anche senza ulteriori specificazioni di contenuto; in pratica questa è la preghiera personale tra te e Dio, e penso proprio che fu questo quadro di intimità tra Gesù e Dio a colpire il discepolo, che quasi sicuramente era schiavo delle "forme" giu­daiche. Infatti a quei tempi esistevano due forme di preghiera, quella pubblica e quella privata, che in definitiva non avevano nessuna efficacia! Erano preghiere prive di veri­dicità, di semplicità di comunione tanto da diventare formali e tradizionali, servivano soltanto per farsi notare dal popolo, per farsi ammirare. Anche Gesù un giorno ebbe a dire: quando pregate, non siate come gli ipocriti; poiché essi amano di fare orazione stando in piedi nelle sinagoghe e ai canti delle piazze per essere veduti dagli uomini. lo vi dico in verità che cotesto è il premio che ne hanno" (Matteo 6:5).

Certamente questo tipo di preghiere recitate non sono sempre esistite. Inizialmente, uomini che con cuore aperto si sono rivolti a Dio hanno formulato delle preghiere sincere, ma con l’andare del tempo queste preghiere sono state ripetute da altri diventando quasi un modello, delle formule. Questo perché a volte gli uomini quando sì allontanano da Dio (forse perché si credono "arrivati “) diventano religiosi dando origine alla tradizione, ai dogmi, alle forme.

Anche ai nostri giorni vediamo che nei mondo religioso queste tradizioni continuano ad esistere, sono diventate "sacre", ma lasciatemi dire e non vi scandalizzate, che questo tipo di tradizione esiste anche in certi ambienti evangelici. Ritornando all'insegnamento di Gesù , cerchiamo di mantenere sempre quella spontaneità e comunione con lo Spirito Santo affinché le nostre preghiere siano fatte con potenza ed efficacia. Passiamo al verso due, ecco Gesù che risponde al discepolo (e comincia ad insegnare) dicendo:

"quando pregate dite: Padre, sia santificato il Tuo nome".

a) Gesù usa la parola greca "pater", l'equivalente dell'aramaico "abba" che significa "caro papà "e questa fu sicuramente l'espressione usata da Gesù, dato che a quel tempo la lingua locale era l'aramaico. Questo nuovo significato apporta ai discepoli un nuovo tipo di preghiera, un nuovo rapporto con Dio, non più quello di Creatore e creatura, ma quello di Padre e figlio. inoltre questo termine non si incontra più in nessun testo di tutta la ricca letteratura liturgica dell'antico giudaismo. La coscienza della distanza tra Dio e l'uomo impediva al pio giudeo di rivolgersi a Dio col termine familia­re del linguaggio comune, cioé "abba"; questo linguaggio era soltanto usato nell'ambito della famiglia, e i giudei non usavano mai questo rapporto con Dio, ma Gli si rivol­gevano con il nome di "Adònay" o "Elohieu" cioé Signore o Dio.

Con Gesù questo rapporto subisce un cambiamento radicale, diventa un rapporto familiare, più intimo, non é più solo il Creatore e Signore, ora diventa anche Padre. Ecco acquistato un nuovo rapporto, rapporto che ci permette di dialogare con Dio come ad un padre perché ora siamo parte della Sua famiglia.

b) "Sia santificato il Tuo nome", cioè sia considerato come santo, riverito e glorificato da tutte le persone che conoscono Dio, che lo accettano come loro Creatore e anche come Essere onorato ed accettato nel mondo. Ebbene, sia così considerato il Suo nome, nome che rappresenta la persona di Dio e che allude al nome di "Yawé" con cui Dio era distinto da tutti i falsi dei. Da notare che Dio é descritto non solo come un Ente eterno, che esiste dì per sé (d'altronde è il senso del nome), ma anche come l'Iddio che aveva stabilito la Sua alleanza con lsraele.

VENGA IL TUO REGNO

La parola tradotta dal greco é "basileia" e significa: dignità regale, sovranità, regno. Essa indica un territorio dove ci sono dei sudditi e un re.

La frase venga il Tuo regno, ci fa capire che questo regno ancora non c' è, ma che deve venire. Allora come conciliare questo verso con l'affermazione che Gesù fece quando disse: "..il regno di Dio é dentro di voi (Luca 17:21".

Questa affermazione sembra paradossale, cosa succede, Gesù si contraddice? Ringraziando Dio, no!

Dice in entrambi i testi la vertà, ma come spiegare allora queste verità?

Noi sappiamo che Dio è Re di diritto perché Egli é Colui che ha creato il cielo, la terra ed ogni cosa che esiste; purtroppo però1 non lo é sempre di fatto, nel senso che non tutti i popoli della terra lo riconoscono come tale. Per cui, tutti coloro che accettono Gesù come Salvatore e Signore fanno parte della famiglia di Dio e del Suo regno, di conseguenza per loro il regno é già venuto, cioé é dentro di loro, ne gustono il sapore, ne godono i privilegi. Allo stesso tempo, costoro devono pregare venga il Tuo regno.

Robet G. Stewart dice: pregando venga il Tuo regno chediamo tre cose:

1. La distruzione del regno usurpato da satana sulla terra e la cessazione della super stizione, dell'idolatria, dell'eresia, dello scisma e d'ogni cosa che si oppone al progres so del vero e spirituale culto di Dio.

2. L'avanzamento del regno di Cristo mediante la predicazione dell'evangelo, finché "...il regno del mondo sia venuto ad essere del Signore nostro e del Suo Cristo" (AP11:15).

3. L'affrettarsi del regno di gloria che deve durare per tutta l'eternità. Essa é dunque una preghiera per tutti i tempi, e finché rimarrà anche un solo suddito di Cristo da introdurre nel Suo regno, noi non dobbiamo cessare dal pregare "venga il Tuo regno. Quanto detto sul venga il Tuo regno non significa che esso non ci sia ancora, ma che non é realizzato del tutto, praticarnente viviamo nel "già e non ancora".

Già in quanto godiamo ed usufruiamo della potenza delle benedizioni di Dio.

Non ancora perché aspettiamo il ritorno di Cristo che distruggerà definitivamente satana ed il suo esercito e così consegnerà tutto a Dio Padre (I Cor. 15:24,25).

viste e spiegate le due verità, vogliamo veder ora cos'é il regno di Dio.

Esso è quel regno morale e spirituale che l'iddio di grazia innalza sopra le rovine della caduta per mezzo del Suo Unigenito Figlio diletto che ne é il glorioso Capo, Governatore e Re.

Noi che ascoltiamo l'appello del Suo Spirito siamo i Suoi sudditi. Ringraziamo quindi Dio di aver preordinato e predestinato prima della fondazione del mondo questo regno, le cui fondamenta furono stabilite fin dall'inizio nella promessa fatta in Genesi 3:15. Questa promessa include tra i Suoi sudditi i Patriarchi, i Profeti ed i Santi dell'Antico Testamento, i quali, assieme ad Abrahamo videro il Giorno di Cristo, se ne rallegrarono e pieni di speranza apettarono la redenzione in Israele

Infine possiarno affermare che tale regno fu manifestato in modo chiaro agli uomini con la venuta di Gesù Cristo nel mondo.

DACCI DI GIORNO IN GIORNO IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO

Credo che una volta che il regno é venuto nella nostra vita, noi, come appartenenti ad esso, dobbiamo chiedere al nostro Re e Padre, anche le cose materiali. La parola "pane" in greco "artos" indica tanto il cibo corporale quanto quello spirituale necessario per sostenere la nostra vita davanti a Dio.

1. Cibo corporale

il pane era il genere alimentare più importante in Israele. In origine esso era fatto di un'impasto di orzo, legumi acidi, lenticchie ed altri ingredienti, quindi messo nel fomo e cotto. Questo prodotto andò sempre più diffondendosi fino ad arrivare al pane di fru­mento, che però solo i più benestanti potevano permettersi. Entrambi i tipi di pane rap­presentavano il cibo in generale. Anche nel tempo e nell'ambiente storico del Nuovo Testamento il pane rappresentava l'alimento fondamentale; oltre al suo significato stret­to, può indicare anche alimento e sostenimento in generale, anche noi oggi del resto diciamo "andiamo a guadagnare il pane". Così il figlio prodigo in Luca 15:17, povero ed affamato si ricorda che gli operai di suo padre hanno "pane" in abbondanza. Anche Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesì 3:8 dice: "Né abbiamo mangiato gratuita mente il pane da alcuno...", anche in questo caso, "pane" è inteso come alimento in generale

2. Cibo spirituale

Gesù in Giov. 6:35 si autodefinisce pane della vita. In questo passo Gesù spiega ai Suoi interlocutori che il "pane" o la "manna" che i loro padri mangiarono nel deserto, non servì a dare loro la vita ma che solo il pane mandato da Dio, dal cielo e cioè Egli stesso, Gesù da la vita. Oltre a cibarsi per mantenere il corpo, dobbiamo cibarci per mantenere l'anima e lo spirito; oggi grazie a Gesù pane della vita, possiamo farlo. Quando preghiamo, chiediamo quindi al Padre che ci dia di giorno in giorno oltre al pane per vivere nel corpo e fortificarci, anche il pane per vivere nello spirito ed essere efficaci per servirLo e lodarLo.

PERDONACI I NOSTRI PECCATI

Il vocabolo qui usato, in greco "amartias", significa propriamente "peccati". In greco ci sono diversi vocaboli per indicare la parola "peccato" per esempio:

Parabosis - riguarda la trasgressione della legge

Paraptoma - deriva da parapipto che significa cader fuori, deviare, sbagliare; questo termine indica più lo sbaglio in genere che la trasgressione colpevole. Nel contesto più vasto del fenomeno che noi chiamiamo peccato sono pure da includere i concetti di "anomia" cioé mancanza di legge. Questo contenuto é espresso in modo più radicale e completo dal gruppo di vocaboli che fanno capo ad "amartias" che indica il mancare nei confronti di costumi, leggi, uomini e dei, nel nostro caso mancare nei confronti di Dio. lì concetto di peccato indica il complesso fenomeno degli sbagli umani, che va dalle piccole mancanze contro un comando, lino alla totale rovina dell'esistenza intera Grazie a Gesù abbiamo il perdono dei nostri peccati ma é importante che noi perdo­niamo anche agli altri; da notare che in Matteo 6:12 lo scrittore usa il vocabolo "ofeile­tes" cioé debitore.

lì debito é una somma avuta in prestito da qualcuno al quale si dovrà poi ridare, dun­que il debitore é in

obligo per debito verso quell'altro. lo penso che in entrambi i passi il significato sia lo stesso, solo che Matteo ci presenta il peccato sotto l'aspetto impor­tantissimo di un debito con Dio, di un'offesa alla Sua sovranità; così, come il debitore é nelle mani del creditore, così il peccatore é nelle mani di Dio.

POICHÉ ANCHE NOI PERDONIAMO AD OGNI NOSTRO DEBITORE

Ciò non significa che per questo atto noi abbiamo il perdono, in quanto il perdono lo abbiamo ricevuto solo ed esclusivamente per il sangue di Gesù Cristo. Perdonando agli altri, noi sappiamo quanto sia importante essere perdonati, in quanto già sperimentato. Allo stesso modo, non perdonando gli altri dimostriamo di non avere com­passione e quando chiediamo perdono a Dio lo scherniamo, perché nessun uomo può chiedere perdono a Dio sapendo che lui o lei non ha perdonato il suo prossimo.

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